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YAKITORI TARUSAKE

Un mercoledì sera, dopo un giro nel quartiere di Asakusa, la zona dei rifornitori per ristoranti, dal cibo al packaging, dall’abbigliamento agli utensili… un vero paese dei balocchi per me!!!! Ovviamente non me ne sarei più andata e avrei voluto comprare tutto e così abbiamo fatto tardi. Non eravamo organizzati sulla cena, cosa fondamentale nella nostra vacanza anche gastronomica oltre che culturale. Abbiamo iniziato a girare senza una meta fissa, girando prima a destra e poi a sinistra, seguendo un po’ l’istinto e come si dice… “a sentimento”.

Ad un certo punto, in una via assolutamente priva di tutto, nel senso che c’erano solo case, quasi buia, ci troviamo davanti a questo posto….

 Ma non vi sembra il ristorante di Marrabbio in Kiss me Licia?!?!?!? Lo so, ve l’ho già citato un’altra volta, ma essendo cresciuta negli anni ’80, per me il Giappone e le abitudini dei giapponesi, volevano dire Kiss me Licia e Marrabbio!!!!

Vedendo questo posto, avreste mai immaginato di poter mangiare degli yakitori favolosi?!?!?!?

Io ho dato una sbirciatina all’interno. Un posto minuscolo con 4 sgabelli ad un lato del bancone ed altri 2 dall’altro lato, e un tatami con 2 tavolinetti per due. Non c’era nessuno, solo una persona in divisa da chef. Questa persona era lo chef, il proprietario, il cameriere, …. un po’ tutto!!!! Siamo entrati e con tanti sorrisi e tanti inchini, ci siamo accomodati. Non parlava inglese ma è stato gentilissimo ed alla fine, non si sa come, ci siamo capiti su tutto.

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Ricordando il Giappone

A gennaio sono stata in Giappone insieme al mio ragazzo, per fortuna prima che succedesse il terremoto ed il disastro nucleare. Un viaggio meraviglioso attraverso la cultura, l’ospitalità e naturalmente, il cibo. Dieci giorni a Tokyo, girando per le vie senza nome, sembra quasi impossibile raggiungere indirizzi senza un nome di via o numero civico (thanks God there is the iphone!) ma allo stesso tempo scovando nuovi posticini inimmaginabili. E’ bello girare, scoprire, sperimentare, ma è anche vero che non in tutti i posti sono bene accetti i turisti. Questo succede più per un pudore loro, poiché si vogliono sentire più liberi. Potrei scrivere di tutti i posti visti, dei cibi assaggiati e della gentilezza con cui siamo stati trattata, ma trasformerei questo racconto in un lunghissimo diario di viaggio, per non tralasciare nulla.

Devo essere sincera, ho avuto, per qualche giorno, una guida (preziosa) d’eccezione. Miho, una mia cara amica pasticceria che vive fuori Tokyo, nella Regione di Chiba che per un paio di giorni ha chiuso la sua pasticceria (The Pastry Room – http://www.thepastryroom.com) solo per portare in giro noi.

Fra le tante, due esperienze meravigliose, una all’opposto dell’altra, ma indimenticabili.

Un pranzo domenicale, di quelli un po’ all’italiana, che durano tanto tempo, ma molto conviviale, in un ristorante favoloso. Akai, the world-renowned tofu restaurant… Grazie Miho!

E l’altro un piccolo posticino, scovato quasi per caso, infilandoci io ed Enrico nelle viuzze della zona di Asakusa. Torikou… yakitori place.

E questa è la prima parte del mio racconto in tre puntate… presto vi racconto le due esperienze culinarie!

street food…

Mangiar per strada,

credo significhi più o meno questo, e sembra un’americanata, qualcosa che viene da quelle parti, vero?

Eppure io ci sono cresciuta con lo “street food”. A Palermo, le nostre ricreazioni, dalle elementari al liceo, erano pervase dall’odore dei panini farciti con le panelle:  frittelle piatte realizzate con farina di ceci, talvolta aromatizzate con foglie di prezzemolo, fritte in tegami colmi di olio, che la tradizione voleva fosse strausato per poter garantire alla frittura un sapore speciale, irricreabile a casa…

Ogni scuola  aveva il proprio “Panellaro”, un mite signore che non parlava mai  e che stava perennemente in piedi davanti ad un tegame gigantesco che troneggiava su di un Ape piaggio parcheggiata sfacciatamente davanti l’ingresso principale fin dal mattino. C’era sempre qualcuno  che si faceva addirittura la colazione con le panelle!

I Panellari non parlavano mai. A loro bastava sapere se nel tuo panino ci volevi dentro il sale, il limone o un paio di crocchette di patate. Inoltre  tutti sapevano il prezzo del panino, anche se non era scritto da nessuna parte.

Sono certa di non aver mai sentito la loro voce, ma si diceva che di tanto in tanto aprissero bocca: per sputare dentro il tegame e controllare così la temperatura dell’olio.

Anche questo dettaglio a detta dei più esperti contribuiva a rendere il panino con le panelle comprato per strada, più succulento di quelli fatti a casa.

Un giorno sono passata da Bangkok, e per strada, sui marciapiedi ho rivisto le padelle piene di olio bollente che preparavano senza sosta leccornie dai sapori così diversi dalle mie panelle. Ho comprato del pollo fritto con verdure, ho pagato, ho mangiato con gusto e ho scambiato solo un sorriso con la gentile signora che non parlava – anche lei! – e friggeva seduta su di uno sgabello piccolo almeno la metà della sua wok.

Credo che lo street food, in qualsiasi parte del mondo, debba esser così: veloce e buono, ma sopratutto  invitante  al primo sguardo, senza neanche una parola.

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