ci credereste???

Kopi Luwak: Il caffè più caro del mondo Deutsch

Prof. Oliver Reiser (traduzione italiana a cura di Chiara Cabrele)

Il segreto dell’aroma del caffè Kopi Luwak è la biofermentazione: la civetta delle palme comune mangia i frutti della pianta del caffè e ne espelle successivamente i chicchi.© Chemie-im-Alltag 2004-2007.

Bere un buon caffè o solamente apprezzarne l’aroma è un gran piacere per molti di noi e ha un effetto stimolante. Perciò, non ci sorprende il fatto che un caffè di buona qualità, come ilBlue de Brazil o il Peruvian Gold dell’America Latina, abbia un prezzo tutt’altro che modico!

Tra le varietà di caffè più pregiate, ce n’è una che si distingue particolarmente non solo per l’aroma ed il prezzo elevato, ma anche per il modo e, a causa di ciò, la quantità limitata di produzione: si tratta del caffè Kopi Luwak che proviene dalle isole indonesiane di Sumatra, Giava e Sulawesi. Ne vengono prodotti solo 230 Kg all’anno, al prezzo di circa 900 € al Kg, ossia 9 € per tazzina.

Il processo di biofermentazione del caffè Kopi Luwak

La civetta delle palme comune (paradoxurus hermaphroditus), detta anche Luwak, vive sulle isole dell’Indonesia e si diverte ad arrampicarsi sugli alberi di caffè, mangiandone i frutti maturi. Pertanto, i proprietari delle piantagioni di caffè lo consideravano una minaccia per i loro guadagni provenienti in buona parte dalla produzione e vendita di caffè.

In realtà, la civetta delle palme non è in grado di digerire i chicchi di caffè, che vengono di conseguenza espulsi senza subire radicali trasformazioni. Così, questi chicchi vengono raccolti dal terreno, privati dell’involucro esterno e tostati, producendo un caffè da un aroma diverso da quello del caffè ottenuto direttamente dai frutti raccolti sulla pianta. Probabilmente, enzimi presenti nel tratto intestinale dell’animale distruggono alcune sostanze e proteine contenute nel chicco del caffè, riducendone così il gusto amaro.

L’aroma del caffè Kopi Luwak

È proprio così: il caffè più caro del mondo non deriva direttamente dai frutti del caffè ma dall’ intestino di un animale! E conoscitori del caffè Kopi Luwak confermano il suo aroma speciale con un gusto di cioccolota.

Attualmente ci sono ricercatori che tentano di riprodurre in laboratorio la biofermentazione del caffè Kopi Luvak da parte della civetta delle palme: una soluzione potrebbe venire dal latte, che contiene alcuni batteri già usati per altre varietà di caffè nel cosiddetto metodo a umido. Il successo di queste ricerche avrebbe parecchi vantaggi: per esempio, il processo manifatturiero non dipenderebbe più da un animale e sarebbe accettato anche da coloro che considerano l’attuale processo disgustevole. Inoltre, si potrebbe produrre una quantità più elevata di questo caffè, che sarebbe disponibile a prezzi più moderati.

Ulteriori informazioni sul caffè Kopi Luwak e su altre eccellenti qualità di caffè si possono trovare sul seguente sito: Raven’s Brew Coffee Inc.

YAKITORI TARUSAKE

Un mercoledì sera, dopo un giro nel quartiere di Asakusa, la zona dei rifornitori per ristoranti, dal cibo al packaging, dall’abbigliamento agli utensili… un vero paese dei balocchi per me!!!! Ovviamente non me ne sarei più andata e avrei voluto comprare tutto e così abbiamo fatto tardi. Non eravamo organizzati sulla cena, cosa fondamentale nella nostra vacanza anche gastronomica oltre che culturale. Abbiamo iniziato a girare senza una meta fissa, girando prima a destra e poi a sinistra, seguendo un po’ l’istinto e come si dice… “a sentimento”.

Ad un certo punto, in una via assolutamente priva di tutto, nel senso che c’erano solo case, quasi buia, ci troviamo davanti a questo posto….

 Ma non vi sembra il ristorante di Marrabbio in Kiss me Licia?!?!?!? Lo so, ve l’ho già citato un’altra volta, ma essendo cresciuta negli anni ’80, per me il Giappone e le abitudini dei giapponesi, volevano dire Kiss me Licia e Marrabbio!!!!

Vedendo questo posto, avreste mai immaginato di poter mangiare degli yakitori favolosi?!?!?!?

Io ho dato una sbirciatina all’interno. Un posto minuscolo con 4 sgabelli ad un lato del bancone ed altri 2 dall’altro lato, e un tatami con 2 tavolinetti per due. Non c’era nessuno, solo una persona in divisa da chef. Questa persona era lo chef, il proprietario, il cameriere, …. un po’ tutto!!!! Siamo entrati e con tanti sorrisi e tanti inchini, ci siamo accomodati. Non parlava inglese ma è stato gentilissimo ed alla fine, non si sa come, ci siamo capiti su tutto.

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Ricordando il Giappone

A gennaio sono stata in Giappone insieme al mio ragazzo, per fortuna prima che succedesse il terremoto ed il disastro nucleare. Un viaggio meraviglioso attraverso la cultura, l’ospitalità e naturalmente, il cibo. Dieci giorni a Tokyo, girando per le vie senza nome, sembra quasi impossibile raggiungere indirizzi senza un nome di via o numero civico (thanks God there is the iphone!) ma allo stesso tempo scovando nuovi posticini inimmaginabili. E’ bello girare, scoprire, sperimentare, ma è anche vero che non in tutti i posti sono bene accetti i turisti. Questo succede più per un pudore loro, poiché si vogliono sentire più liberi. Potrei scrivere di tutti i posti visti, dei cibi assaggiati e della gentilezza con cui siamo stati trattata, ma trasformerei questo racconto in un lunghissimo diario di viaggio, per non tralasciare nulla.

Devo essere sincera, ho avuto, per qualche giorno, una guida (preziosa) d’eccezione. Miho, una mia cara amica pasticceria che vive fuori Tokyo, nella Regione di Chiba che per un paio di giorni ha chiuso la sua pasticceria (The Pastry Room – http://www.thepastryroom.com) solo per portare in giro noi.

Fra le tante, due esperienze meravigliose, una all’opposto dell’altra, ma indimenticabili.

Un pranzo domenicale, di quelli un po’ all’italiana, che durano tanto tempo, ma molto conviviale, in un ristorante favoloso. Akai, the world-renowned tofu restaurant… Grazie Miho!

E l’altro un piccolo posticino, scovato quasi per caso, infilandoci io ed Enrico nelle viuzze della zona di Asakusa. Torikou… yakitori place.

E questa è la prima parte del mio racconto in tre puntate… presto vi racconto le due esperienze culinarie!

FORZA RAGAZZI!

SCONTO DEL 10% DEDICATO A TUTTI GLI UNIVERSITARI!

Da oggi  basterà presentare la propria tessera universitaria presso i nostri locali W.O.K. a Roma in Stazione Termini o al Centro Commerciale di Porta di Roma,ed  anche  a Milano in Stazione Centrale!

A presto!

Oggi si cucina… Chow Main

La settimana scorsa sono stata da W.O.K. a Milano, e come quasi ogni volta, ho ordinato uno dei miei piatti preferiti, il  Chow Main, che neanche farlo apposta, pare essere uno dei più venduti.

E’ un piatto molto semplice, senza troppi ingredienti, ma molto gustoso.

Mi piace cucinare, e per chi mi conosce bene, sa anche che mi piace sperimentare. Osservo, cerco di imparare i trucchi, segreti e chiedo… poi provo a rifare i piatti a casa.

Quel giorno, dopo avere mangiato il mio Chow Main, ho deciso che volevo imparare a farlo anche io, così sono andata in cucina. In effetti, a guardare loro, tutto sembrava semplicissimo e soprattutto velocissimo…. non più di 5 minuti!!!! Io, cuoca per passione, non potevo non esserne capace. Lista della spesa alla mano, sono andata da Kathay, in quello affianco alla Stazione Centrale, e via di corsa a casa. Leggi l’articolo completo

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street food…

Mangiar per strada,

credo significhi più o meno questo, e sembra un’americanata, qualcosa che viene da quelle parti, vero?

Eppure io ci sono cresciuta con lo “street food”. A Palermo, le nostre ricreazioni, dalle elementari al liceo, erano pervase dall’odore dei panini farciti con le panelle:  frittelle piatte realizzate con farina di ceci, talvolta aromatizzate con foglie di prezzemolo, fritte in tegami colmi di olio, che la tradizione voleva fosse strausato per poter garantire alla frittura un sapore speciale, irricreabile a casa…

Ogni scuola  aveva il proprio “Panellaro”, un mite signore che non parlava mai  e che stava perennemente in piedi davanti ad un tegame gigantesco che troneggiava su di un Ape piaggio parcheggiata sfacciatamente davanti l’ingresso principale fin dal mattino. C’era sempre qualcuno  che si faceva addirittura la colazione con le panelle!

I Panellari non parlavano mai. A loro bastava sapere se nel tuo panino ci volevi dentro il sale, il limone o un paio di crocchette di patate. Inoltre  tutti sapevano il prezzo del panino, anche se non era scritto da nessuna parte.

Sono certa di non aver mai sentito la loro voce, ma si diceva che di tanto in tanto aprissero bocca: per sputare dentro il tegame e controllare così la temperatura dell’olio.

Anche questo dettaglio a detta dei più esperti contribuiva a rendere il panino con le panelle comprato per strada, più succulento di quelli fatti a casa.

Un giorno sono passata da Bangkok, e per strada, sui marciapiedi ho rivisto le padelle piene di olio bollente che preparavano senza sosta leccornie dai sapori così diversi dalle mie panelle. Ho comprato del pollo fritto con verdure, ho pagato, ho mangiato con gusto e ho scambiato solo un sorriso con la gentile signora che non parlava – anche lei! – e friggeva seduta su di uno sgabello piccolo almeno la metà della sua wok.

Credo che lo street food, in qualsiasi parte del mondo, debba esser così: veloce e buono, ma sopratutto  invitante  al primo sguardo, senza neanche una parola.

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l’importanza di chiamarsi W.O.K

Abbiamo iniziato quest’avventura nel 2005, quando in pochi sapevano cosa fosse una wok, la famosa padella semicircolare.
Adesso quando mi capita di pronunciare questa parola, vedo che in tanti sanno di cosa parliamo e a differenza degli anni passati, molte persone riconoscono in noodles un modo diverso di dire pasta.
Non credo che il merito sia nostro, ma mi piace pensare che in qualche modo, abbiamo fatto nascere in qualcuno la curiosità di saperne di più a proposito di questo splendido mondo, la cucina orientale.
Un grazie di cuore a tutti quelli che hanno creduto in W.O.K.

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partiamo dalle basi… come tenere le bacchette

Facciamo finta che siate completamente a digiuno di cucina e tradizioni orientali e partiamo dalle basi… LE BACCHETTE!!!

Se andrete a fare un viaggio in oriente, difficilmente vi verrà portata la forchetta al ristorante, allora è giusto che siate preparati. Ci vuole solo un po’ di allenamento. Io vi consiglio di iniziare dai cibi grandi, più semplici da tenere, per passare poi ai noodles ed una volta che sarete esperti, saprete mangiare riso dalla scodella come faceva Marrabbio in Kiss me Licia!!

bacchette – chopstick
  1. Mettete una bacchetta tra il palmo e la base del pollice, usando il dito anulare per sostenere la parte inferiore del bastoncino. Con il pollice, schiacciate il bastoncino verso il basso mentre il dito indice lo spinge verso l’alto. La bacchetta dovrebbe essere fissa e molto stabile.
  2. Usate le punte del pollice, dell’indice e del medio per tenere l’altra bacchetta come una penna.
  3. Mantenendo ferma la prima bacchetta, fate muovere su e giù la seconda per prendere il cibo.
  4. Con sufficiente pratica, i due bastoncini funzionano come un paio di pinze.
(origine della fonte, ed indicazioni più approfondite, consultate http://it.wikipedia.org/wiki/Bacchette_per_il_cibo)

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Il nuovo blog di W.O.K.

La maggior parte degli occidentali pensa che le cucine asiatiche siano esotiche, piene di utensili strani difficili da usare e con procedure di cottura complicate. Una volta anche io la pensavo nello stesso modo. Saranno stati i viaggi e aver vissuto tanti anni a New York dove ho potuto assaggiare diversi piatti che hanno fatto crescere in me la voglia di sperimentare e quindi scacciare via la paura di non sapere come fare a rifare quei buonissimi piatti pieni di profumi e sapori.
In verità, la cucina asiatica, ha ricette rapide, buone e soprattutto facili da realizzare. La cottura nella padella wok, permette di cuocere in fretta, mantenendo la croccantezza degli ingredienti e soprattutto cuocendo con pochissimi grassi.
Come tanti, sono cuoca per passione, quindi insieme potremo sperimentare non solo ricette di W.O.K. facili da riproporre a casa ma anche qualche piatto in più.
Lidia

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